FORUM - RASSEGNA STAMPA

Più sapere per tutti

intervento di Francesco Rutelli

Affrontare oggi il tema dell’innovazione tecnologica e dello sviluppo della net economy vuol dire prendere atto che in questi 5 anni l’economia italiana è molto cambiata, che una nuova fase avanza.

In questi anni il centro sinistra ha giustamente investito sull’innovazione del paese, delle sue strutture sociali , produttive ed industriali, ha detto “occorre innovare di più, introdurre più computer, rendere internet più diffuso”. Bisogna continuare a farlo sapendo che siamo dentro uno scenario nuovo. Dire più innovazione non basta più.

Occorre oggi dire che tipo di innovazione vogliamo, come governiamo i nuovi processi, a chi scegliamo di offrire più innovazione, di che tipo, per quali grandi finalità.

Il cuore delle nuove questioni è quindi il tipo di sviluppo. Sviluppo che noi vogliamo, basato sulla qualità: dei prodotti, dei servizi, ma anche del lavoro delle persone, sapendo che in Italia abbiamo un triplo problema:

Due, ad oggi, appaiono i colli di bottiglia che impediscono un più veloce dispiegamento di queste potenzialità in Italia:

  1. l’insufficienza di figure professionali qualificate nel campo delle nuove tecnologie e nei settori collegati

  2. l’insufficienza delle infrastrutture informatiche a disposizione di cittadini ed imprese

Sul primo punto sono in campo numerosi progetti che affrontano lo skill shortage. Il centrosinistra ha prospettato soluzioni che si stanno concretizzando in larga parte: alfabetizzazione informatica, riconversione dei giovani laureati del Mezzogiorno alla new economy, programmi di formazione professionale mirati, e in ultimo l’educational credit card.

Molto rimane da fare, ma gli strumenti ci sono, vanno semmai potenziati.

Sul secondo punto, le infrastrutture, segniamo ancora un ritardo colmabile solo a condizione di attivare subito un grande progetto per l’infrastrutturazione telematica del Paese che raggiunga, in un arco di tempo non superiore a cinque anni, la maggioranza dei cittadini italiani, sfruttando a pieno tutte le risorse destinabili, a partire dai fondi strutturali dell’Unione Europea che, soltanto per il Mezzogiorno, ammontano a 98mila miliardi.

Non abbiamo ancora preso coscienza del significato della diffusione della larga banda e in particolare del cablaggio, di cosa esso può voler dire in termini di sviluppo delle opportunità produttive, ma anche comunicative e relazionali di una città. Oggi il cablaggio è un nuovo piano regolatore delle città, va seguito, va messo al centro di ogni discussione politica e amministrativa sulle città, ma anche sulle aree metropolitane e i distretti produttivi.

Ho detto prima che non partiamo da zero: penso alla legge per la liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni, che ha permesso la nascita di più di 150 nuove imprese solo nella telefonia fissa, che ha permesso la diffusione di internet in pochissimi anni, passando dagli 800 mila utenti del 1995 ai 12 milioni di oggi, che ha reso libero il cittadino di scegliere servizi e tariffe più vicine alle proprie esigenze.

Penso alla nascita del Forum per la società dell’informazione e al Comitato dei ministri per l’innovazione, penso a programmi importanti sul commercio elettronico e per l’alfabetizzazione del paese, con particolare riguardo ai giovanissimi. Penso al Piano triennale per l’introduzione della multimedialità nelle scuole o al programma pc per gli studenti. Tanti provvedimenti, su gsm e umts, su formazione e infrastrutture che hanno dimostrato in questi 5 anni la nostra capacità di fare e che hanno dimostrato soprattutto l’irresponsabilità del Polo.

Mentre in tutta Europa, in Francia, Germania, Spagna e Inghilterra provvedimenti simili venivano approvati rapidamente da tutte le forze politiche, maggioranza ed opposizione, perché lo sviluppo del paese, la sua innovazione non è questione di parte, in Italia il Polo faceva mancare il numero legale, arrivava a livelli di ostruzionismo al limite del regolamento, presentava migliaia di emendamenti al solo fine di impedirne l’approvazione.

Hanno fatto anche di peggio in ambito europeo. A Strasburgo, nel Parlamento Europeo, Forza Italia è mancata a tutte le sessioni delle commissioni dedicate ad internet e alla società dell’informazione, ha in 2 anni raggiunto il primato di zero presenze nelle commissioni e sottocommissioni incaricate.

Del resto cosa aspettarsi da chi si presenta come innovatore e poi in TV squaderna una mole sconclusionata di opere infrastrutturali (strade, trafori, ponti, buchi, ferrovie transeuropee...) senza alcuna indicazione di priorità, senza preoccuparsi della loro effettiva realizzabilità, sulla definizione delle risorse pubbliche e private, sull’impatto ambientale, sulle innovazioni gestionali. Senza dire neppure una parola su quelle che sono le autostrade del futuro: quelle informatiche. Senza dire una parola sulla banda larga, su come essa possa permettere al nostro Mezzogiorno di qualificarsi come produttore di innovazione e non solo come consumatore; su come garantire il cablaggio del Paese, del suo territorio.

Noi pensiamo che sia necessario un progetto per la diffusione della larga banda, così da assicurare ai cittadini italiani servizi adeguati, e alle imprese la possibilità di crescere:

Per questo credo sia necessario andare verso la costituzione di un soggetto nazionale, di una Società pubblica che abbia come mission la predisposizione di un progetto nazionale per la diffusione di massa della larga banda, stimolando e supportando i Comuni, facendosi partner delle Amministrazioni e delle imprese, senza sostituirsi ad esse, per portare la larga banda in tutto il Paese.

Governare la net economy significa avere in testa un modello italiano di sviluppo e specializzazione per competere in Europa e far competere l’Europa nel mondo. Oggi ed in questi mesi ci stiamo confrontando su questo.

Specializzazione vuol dire investire su filiere specifiche e plasmare le nostre agenzie formative, i nostri interventi strutturali su questi settori. Microelettronica, nanotecnologie, nuovi materiali, nuove fonti di energia, biotecnologie, sono le filiere su cui scommettere, investendo nel locale, nelle regioni e nei comuni per promuovere i nuovi distretti industriali, fare sistema. Dobbiamo replicare i casi di eccellenza che in questi 5 anni si sono sviluppati: Catania, Cagliari, Sesto San Giovanni, tra gli altri.

Per fare sistema occorre allora che lo Stato intervenga, che il pubblico solleciti, aiuti, promuova collaborazioni e partnership tra conoscenza- ricerca- industria- società.

Le nostre proposte sono lineari:

La grande sfida per l’innovazione è soprattutto il Mezzogiorno. La Comunità europea ha messo a disposizione negli anni 98 mila miliardi, una somma importante presto e per intero, una somma di cui buona parte va indirizzata per l’innovazione tecnologica.

L’informatizzazione può portare

Dobbiamo promuovere diffusione di Politecnici e Università che preparino più laureati nelle materie tecnico-scientifiche, che aggiornino le vecchie discipline, che aiutino lo sviluppo della nuova imprenditorialità.

Abbiamo bisogno di un grande programma per i protagonisti dell’innovazione, un vero e proprio patto tra tutti i soggetti che operano nella nuova economia. UN PROGRAMMA PER LA FLESSIBILITA’ SICURA. Una sorta di “new deal” roosveltiano, perché oggi, come allora, ci troviamo di fronte a nuovi scenari, ad una nuova società che esige il cambiamento degli strumenti di regolazione ed istituzionali.

Un grande progetto che unisca libertà e tutele, diritti e spinta alla competizione.

Un piano per la flessibilità sicura, come più volte sollecitato dall’Unione Europea, oggetto di confronto tra le forze sociali che su un tema così importante non vanno lasciate sole. Un tema che chiama in causa le nuove responsabilità della politica.
La flessibilità è necessaria perché il lavoro è cambiato, l’impresa è cambiata. Ma flessibilità non può diventare, nell’immaginario collettivo, sinonimo di precarietà.

Per questo è necessario garantire dei nuovi diritti e assicurare nuove opportunità a chi lavora con i cosiddetti contratti atipici.

Il primo diritto è quello alla formazione continua, perché solo chi è sufficientemente preparato può affrontare i cambiamenti senza esserne travolto, ma anzi può intendere la propria condizione di lavoratore flessibile come un vantaggio rispetto alla rigidità di chi lavora in modo standardizzato e senza prospettiva di crescita.

Questo è possibile e necessario.

Dobbiamo eliminare la sensazione di incertezza, di paura del futuro che molti giovani hanno quando entrano nel mercato del lavoro.

Dobbiamo cioé conciliare la flessibilità con la responsabilità pubblica. E conciliare flessibilità con libertà.

Libertà di scegliere, libertà di formarsi, libertà di cambiare lavoro, libertà di cambiare città.

Una canzone dell’ultima estate sintetizza benissimo la condizione che le giovani generazioni affrontano sulla propria pelle, e con essi le loro famiglie e tutti noi. Questa canzone dice “E’ un mondo difficile” e poi “è un futuro incerto”.

Un futuro certo è impossibile e per molti renderebbe la vita anche noiosa.

Però possiamo sicuramente agire per un futuro migliore per i giovani del nostro Paese.

Le linee d’azione per la flessibilità libera e sicura sono evidenti:

Con queste idee e proposte ci candidiamo a continuare nell’innovazione del Paese, consapevoli ed orgogliosi delle profonde differenze con il Polo.

La cosiddetta casa delle libertà fa finta di assecondare il cambiamento, in realtà esaspera le disuguaglianze, le paure, la tendenza di disgregazione della società. Noi vogliamo governare le basi del futuro, vogliamo orientarlo, per ridurne le ingiustizie e coglierne tutte le occasioni.

La destra propone vecchie ricette e slogan vuoti.

Il centrosinistra, l’Ulivo, è qui la forza che ha promosso e promuove il futuro.

Noi siamo il FUTURO. E io sono fiducioso che gli italiani sceglieranno di non balzare nel vuoto della Destra, ma di accelerare la corsa della società, delle imprese, dei giovani verso il futuro di cui saremo protagonisti.

L’imprenditoria e le nuove economie della conoscenza

intervento di Francesco Rutelli

Il tessuto di imprese grandi, medie e piccole che è la forza dell’economia italiana costituisce un modello studiato in tutto il mondo come efficace prospettiva nazionale nel mondo della globalizzazione. Noi intendiamo rafforzarlo, aprendolo alle nuove economie della conoscenza. Per questo abbiamo scelto di intervenire sia sui costi vivi – in primo luogo quelli energetici - sia sui margini di rischio, tuttora alti per la piccola imprenditoria tradizionale e decisamente eccessivi nelle iniziative collegate alle nuove tecnologie La recente crisi del petrolio ci ha ancora una volta posto di fronte alla nostra dipendenza, sbagliata e antieconomica, dai combustibili fossili. Dobbiamo investire subito nelle fonti rinnovabili, come l’energia solare, e avviare la ricerca e lo sviluppo delle risorse del futuro, quali l’idrogeno. In parallelo, è urgente dare compimento alla liberalizzazione del mercato dell’energia, ottenendo così una riduzione delle tariffe e un consistente miglioramento dei servizi. Per tutte le piccole imprese e per le attività artigiane stiamo elaborando un pacchetto di proposte che riguardano il fisco, il credito, i rapporti con la pubblica amministrazione, gli enti bilaterali di concertazione. Ma, soprattutto, gli aiuti per l’innovazione tecnologica. Sulle nuove economie esistono infatti poche certezze, o forse una sola: che il loro sviluppo è estremamente rapido, e impone trasformazioni altrettanto veloci. E’ quindi essenziale semplificare quanto più possibile l’apertura di nuove attività. In questo senso vanno tutte le nostre realizzazioni e proposte, dallo sportello unico per le imprese all’autocertificazione degli imprenditori. Ma, ancora più in profondità, va reso immediato l’accesso ai capitali di rischio. Né l’attuale offerta creditizia, né le eventuali risorse personali sono infatti sufficienti a finanziare iniziative spesso onerose, soprattutto nella fase iniziale. In altri paesi avanzati, a ciò provvedono fondi pubblici creati ad hoc – una formula che stiamo pensando di importare, adattandola alle caratteristiche del nostro mercato. Infine, è importantissimo chiudere il circuito fra impresa e ricerca, e lo si può fare agendo in entrambe le direzioni: trasformando l’università in un ‘incubatore’ di progetti realizzabili all’esterno, e finanziabili con fondi specializzati che ne attenuino il rischio, e offrendo crediti di imposta alle imprese che collaborano con la ricerca.


Fonte: Rutelli 2001


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